• Язык:
    Итальянский (Italian)
Источник:

Spavento stellare

Звездный ужас

Ciò accadde in una notte d’oro
in una notte d’oro, senza luna,
egli fuggiva, fuggiva per la pianura,
incespicava e immediatamente si rialzava,
come la lepre che si agita ferita,
ma scendevano calde lacrime
sulle guance solcate dalle rughe,
e sulla vecchia barbetta caprina.
Lo rincorrevano i figli,
lo rincorrevano i nipoti:
nelle tende di stoffa cruda
strillava il pronipote abbandonato.

«Torna!» gridavano i figli,
e i nipoti sbracciavano con il palmo delle mani.
In questo luogo non accadde nulla di male
la pecora non si rimpinzò di euforbia,
né la pioggia spense il fuoco sacro,
né l’arruffato leone, né il crudele Zendo
si avvicinarono alle nostre tende.

Era il buio dinnanzi a lui l’erta oscura,
il vecchio in quell’abisso di tenebre non vide nulla,
si accasciò repentinamente, e gli scricchiolarono le ossa,
l’anima quasi se ne uscì
Allora ancora fece uno sforzo per fuggire,
ma già l’avevano afferrato i figli
e i nipoti lo trattennero per i lembi.
E allora proferì parola:

«Dolore! Dolore! Terrore, nodo alla gola e fossa
per colui che è nato sulla terra
perché lo guardano molti occhi
di qualcuno nero dal cielo,
per spiare tutti i suoi segreti.

Stanotte mi ero addormentato come si deve
nella mia pelliccia, a bocconi,
ho sognato una vacca florida,
con la mammella che pendeva, gonfia,

per trame profitto sotto di essa stavo strisciando,
come una biscia, caldo latte pensai,
ma all’improvviso la vacca scalciò,
mi rivoltai e mi svegliai
giacevo supino senza pelliccia, occhi al cielo.
Meglio essere nato cieco,
che fissare quelle due pupille,
rimanere là morto sul posto.
Dolore! Dolore! Terrore, nodo alla gola e fossa
per colui che è nato sulla terra».

I figli abbassarono gli occhi,
i nipoti il viso fra le mani
apettando silenziosamente che parlasse
il figlio maggiore con la barba grigia,
ed allora così disse:

«Da quando sono nato
non mi è capitato nulla di male,
e il battito del cuore mi dice
che di male in futuro non ce ne sarà,
voglio vedere con i miei occhi
chi s’aggira per il cielo».

Detto ciò, si sdraiò a terra,
non bocconi, ma supino.
Tutti erano in piedi con il fiato sospeso,
restarono a lungo silenziosi ad aspettare.
Ora il vecchio chiese tremando di paura:
«Tu cosa vedi?», ma non diede risposta
il figlio dalla barba canuta.
E quando gli altri si chinarono su di lui
si accorsero che non respirava,
che la sua faccia era più scura del rame,
preso dalle grinfie della morte.

E le donne emisero un lamento,
i bambini cominciarono a piangere e urlare,
il vecchio si strappava la barba,
proferendo terribili maledizioni.
Balzarono in piedi gli otto fratelli,
uomini forti impugnarono gli archi
«Lanceremo frecce» dissero «in cielo.
E colui che lì si aggira sarà abbattuto...
poca pena per tale male?»
Ma la vedova gridò:
«La vendetta sia la mia non la vostra!
Voglio il suo volto vedere
rompergli la gola coi denti
e strappargli di occhi con le unghie».

Cadde a terra con rumore e pianse,
chiuse gli occhi e a lungo fra sé
sussurrò terribili scongiuri,
il seno si martoriò con le unghie.
Aprì gli occhi e sembrava sorridesse
mandò un grido che sembrava di cuculo:

«Lin, perché vai al Lago? Linòia
è buono il fegato d’antilope?
Sono inciampata, figli, si è rotto il becco della brocca,
è così! Padre alzati presto,
che gli Zendi con rami di vischio
vanno con i canestri al mercato e non a combattere.
Quanti fuochi ci sono, che folla!
Tutte le nostre tribù sono in festa!

Il vecchio cominciò a tranquillizzarsi,
si toccò i ginocchi pesti,
abbassarono gli archi i figli
e i nipoti persino si misero a sorridere.
Ma quando la vedova si alzò di scatto,
tutti diventarono verdi,
trasudavano di paura;
nera, ma con gli occhi bianchi,
corse a precipizio gridando:
«Dolore! Dolore! Terrore, nodo alla gola e fossa!
Dove sono? Che sarà di me? M’inseguono
un cigno rosso... un drago a tre teste,
belve! belve! andate via, allontanatevi.
Lontano dal Cancro! Lontano dal Capricorno!».

E quando ella con quegli urli,
con quei latrati di cagna rabbiosa,
corse via sul crinale dell’abisso,
nesuno osò seguirla.

Ritornarono incerti alle tende
si sedettero all’improvviso sulle rocce ed ebbero paura.
Arrivò la mezzanotte. Il silenzio
era interrotto ogni tanto dal mugiolio ripetuto di una iena.
E la gente disse: «Chi sta in cielo
dio o belva, certamente vuole un sacrificio.
Bisogna sacrificargli una giovenca
e una fanciulla pura
su cui non sia caduto mai lo sguardo
di desiderio di un uomo.
Morì Gar, impazzì Garaija
la loro unica figlia ha otto primavere
forse è quella che ci vuole».
Arrivarono le donne e velocemente
portarono con sé la piccola Garra
il vecchio alzò la sua ascia di selce,
e pensò: meglio perforagli la nuca
prima che ella guardi in su nel cielo,
è mia nipote e mi rincresce.
Ma gli altri non vollero, e dissero:
«Può la vittima aver la testa fracassata?»

La fanciulla fu deposta sulla pietra
piatta e annerita
sulla quale già bruciava il fuoco sacro
che si spense al tramonto.
Si misero tutti fronte a terra.
in attesa che fosse uccisa,
e che si andasse a dormire sino al sorgere del sole.

Non morì però la fanciulla,
alzò gli occhi al cielo, poi a destra dove c’erano i fratelli,
poi al cielo e già voleva fuggire da quella pietra,
ma il vecchio tenne la presa, e gli chiese «cosa vedi in cielo»?
Ella rispose con risentimento:
«Non vedo nulla. Solo il cielo
concavo, nero e vuoto
e nel cielo un brillio ovunque
come a primavera i fiori sul pantano».
Il vecchio si mise a riflettere e le chiese:
«Guarda ancora»! E di nuovo Garra
a lungo, a lungo il cielo osservò
«No», disse «questi non sono fiori
sono semplici dita d’oro
che ci mostrano ciò che è successo,
ciò che succede e ciò che succederà».

La gente si stupì ascoltando,
che finora i figli e gli uomini
per il loro discorrere non fossero morti.
Ma a Garra ardevano le guance,
sfavilavano gli occhi, bruciavano le labbra,
sembravano le sue mani tese verso il cielo
ali fatte per volare,
all’improvviso con voce possente intonò un canto
come in mezzo ai canneti si sente
il vento che dalle montagne dell’Iran scende all’Eufrate.

Mella aveva diciotto anni,
ed era ancora vergine,
si inginocchiò accanto a Garra
guardò in cielo e intonò anch’essa,
e con Mella Acha, e dopo Acha,
Urr, il suo sposo, e tutta la tribù,
si prostrò a cantare, a cantare, a cantare,
come le allodole sotto il sole di mezzogiorno,
o le rane quando si fa sera.

Ma il vecchio messosi da parte,
si mise la testa fra le mani,
e spandeva lacrime su lacrime
dal suo unico occhio.
Piangeva per la caduta,
per le escoriazioni sulle ginocchia,
per il figlio Gar, per la vedova, e per i tempi passati
quando la gente ammirava la pianura
dove pascolavano gli armenti,
i fiumi dove passavono i battelli,
l’erba dove giocano i bambini,
e non il nero cielo pieno di stelle
all’uomo estraneo e inaccessibile.


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